
Dopo tanto tempo (più di un anno) ho preso in mano la Nikon e sono uscito. Un breve giro intorno a casa.


Ieri mattina, mentre a passo svelto raggiungevo Mother House per la S. Messa mi ha sorpreso constatare che era l’ultima volta. Nessun rimpianto ma una sensazione di serenità, profonda e matura. E un impegno: portare con me i tanti doni che ho ricevuto in questi giorni, mantenerli vivi e farli fruttificare. Questo convincimento si è rafforzato durante l’Adorazione della sera. Bellissimo il saluto di sister Kefra che mi ha atteso all’uscita per salutarmi. “Ho pregato per te e la tua famiglia sulla tomba della Madre. Ricordami nelle tue preghiere”. Come dimenticare?
L’ultima mattina a Nirmal Hriday è iniziata normalmente, con il giro delle medicazioni. Poi la S. Messa, che è sempre un po’ speciale qui insieme con i più poveri fra i poveri. Ma questa volta è stata davvero speciale perché la mia partenza è stata ricordata nelle preghiere dei fedeli e poi quella birba di sister Anila mi ha invitato a leggere la seconda lettura che si conclude così: “Rimanete saldi nel Signore”. Quale migliore auspicio?
Questa volta non sono uscito alla chetichella e ho salutato tutti quasi uno ad uno. Tutti tranne Jodu che se la dormiva alla grande.
Nessuna fuga perché li porto via con me.
Blue & Beyond
Si trova proprio di fronte al New Market al nono piano di un albergo. Per arrivarci si prende un ascensore e per farti piacere l’addetto ti spara addosso un ventilatore giusto 20 centimetri sopra la testa. E tu, che avresti preferito soffocare, speri solo che il viaggio sia breve. All’ingresso ti attende una folta schiera di camerieri. Si può mangiare al coperto ma la vera attrazione è la terrazza dalla quale puoi gustare il panorama del centro di Calcutta con le sue deboli luci offuscate dall’umido e dallo smog. E’ molto frequentato da turisti e da indiani di buona famiglia desiderosi di gustarsi una birra con le patatine o un long drink. Nel 2008 ci venivo abbastanza spesso. Venerdì sera l’ho trovato globalmente peggiorato sia come qualità del cibo (le patate fritte sapevano di olio stantio e il riso fritto con vegetali non sapeva di nulla) che come prezzi: birra a 120 rupie e soprattutto le patatine quotate a 140 rupie a fronte di un costo massimo di 60 in un altro ristorante. Perché non pensare ad una alternativa?
Mocambo
Non si balla in questo serio e lussuoso ristorante in zona Park Street. Camerieri in divisa indiana e maître attento e preciso. Si mangia molto bene. Il mutton biryani era stupendo, saporito ma non offensivo per le papille gustative e la carne di montone (o capra che sia) era saporita e tenera. Il piatto tipico del ristorante sono vegetali con eventuale aggiunta di pollo che vengono serviti su una pietra bollente. Si bevono alcolici e il costo varia dalle 300 alle 400 rupie a testa, includendo la coppa Mocambo: gelato alla crema e frutta.
E’ sempre pieno di avventori. Si può prenotare solo per le 19.30: poi si fa la fila.E’ veramente caldo e soprattutto è umido. I vestiti ti si attaccano addosso e non asciuga niente. Essendo solo alla fine dell’inverno posso solo immaginare cosa succederà nei prossimi mesi (la massima in estate è di 41°C e la minima di 38°C!) e poi scappare.
Questa mattina ho visitato il mercato della frutta. Ci si arriva con la metropolitana (fermata Mahatma Gandhi) e facilmente si entra in un mondo del tutto particolare, a cominciare dai grossi camion che trasportano la frutta. Le banane sono belle verde sotto le foglie; le papaie vengono avvolte una ad una in fogli di giornale mentre i melograni sono protetti da ritagli di carta. Le arance sono immerse nelle paglia e maturano durante il viaggio; una volte scaricate dai camion vengono selezionate (quelle marce finiscono sotto i camion) e suddivise per pezzatura prima di essere vendute ai dettaglianti. L’ambiente è pulito ed è piacevole assaporare le diverse fragranze. La gente è molto cordiale. Ti offrono chai (rifiutare è necessario quanto imbarazzante), arance e tutti (dico proprio tutti) vogliono farsi fotografare e ci rimangono male se non acconsenti. Qualcuno addirittura, dopo aver controllato la qualità dello scatto sul monitor della macchina fotografica, ti da il biglietto da visita e ti chiede di spedirgli le stampe.
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Per iniziare in modo banalmente vero: è già martedì sera. Come spesso accade l’ultima settimana ha preso a correre. Ieri mi sono trasferito in camera singola e, a parte una guerra chimica con le blatte, tutto sta andando bene come alloggio.
A Nirmal Hriday il tempo corre e mi sto preparando per i saluti. Ormai penso di aver maturato una certa scorza e soprattutto la consapevolezza che se è vero che il bisogno è continuo è altrettanto vero che c’è sempre qualcuno che offre il proprio aiuto, con amore e generosità.
Le riflessioni incominciano ad accavallarsi e sarà stimolante, bello dipanarle e coltivarle a casa affinché i germi di bene che sono stati seminati possano crescere e, chissà, maturare. In questo momento posso solo ringraziare per il privilegio che mi è stato dato di essere qui per la terza volta.
Proseguendo (anzi, scendendo) nella carrellata di luoghi dove mangiare ecco Food King in Rippon Street. Consigliato da un americano (c’è da domandarsi quanto sia sensato chiedere ad un americano dove mangiare bene a Calcutta) è un locale frequentato quasi esclusivamente da gente del posto. Quindi siamo ai confini dello street food.
L'arredamento è semplice: tre tavoli di plastica ciascuno con quattro sedie di plastica. Il primo contatto permette subito di apprezzare il non così sottile strato di polvere storica che riveste tutto il locale. Le ordinazioni si fanno in inglese direttamente al padrone che poi le urla in bengali al cuoco, che opera proprio dietro la vetrina affinché nulla sia nascosto agli occhi dell’avventore. I camerieri sono rapidi e accurati. Addirittura puliscono con le dita la forchetta prima di porgerla al cliente. Specialità: double chicken roll, pane indiano arrotolato intorno ad una doppia dose di una mistura bollente di vegetali e triturato di pollo, con abbondante aggiunta di chily. IL gusto non è male e la bollitura è rassicurante su eventuali sequele gastrointestinali. Altro piatto forte della casa il vegetarian chinese noodle (vedi seconda foto) con eventuale aggiunta di salsa di peperoncino (in alto a destra). Attenzione la Coca-Cola viene servita direttamente nel bicchiere, non c’è traccia di bottiglia e non sono riuscito a capire dove la vadano a prendere.
Costi contenuti: il double roll è quotato a 38 rupie. Esagerando si mangia con 50-60 rupie.
Il mio amico americano ha gradito molto. Io mi sono limitato al roll pago del brivido di mangiare ai confini della strada!
Ecco due immagini davvero mattutine di Calcutta. AJC Bose Road quasi silenziosa alle 5:30 con le luci arancioni che evidenziano lo smog e l’entrata dei volontari in Mother House per la S. Messa delle 6:00. Come dicevo bisogna essere puntuali perché adesso chiudono il portone con il lucchetto e bisogna aspettare la fine della celebrazione per poter entrare.
La prima: il dormitorio n. 9, particolare dei tre letti della fila di destra (il mio è l’ultimo a destra con la coperta a righe gialle, verdi e arancioni).
Seconda: una bambina che abita sul marciapiede. La famiglia è composta da tre bambini (lei è quella di mezzo), dalla mamma (simpatica, sempre sorridente), dal padre (si vede alla sera e al mattino presto è già via) e dalla suocera (insopportabile, ti insegue alla ricerca di rupie). Vivono tutti appunto sul marciapiede a fianco dell’ingresso di BMS e quando piove si trasferiscono dalla parte opposta al riparo dell’Hotel Circular (quello del ristorante). Di giorno mendicano in centro, a Park Street.
Ieri sera, poco prima delle 11, è arrivato il temporale con tanto di pioggia scrosciante e tuoni. I due cantanti che mi impedivano di dormire sono stati prontamente zittiti e finalmente mi sono addormentato. Piovigginava anche questa mattina al momento di andare a Mother House per la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri (o Ash Wednesday, come dicono qui). Ha celebrato un anziano sacerdote indiano, noto per le sue omelie “rapide”. Nonostante questo la S. Messa è durata un’ora buona e quindi c’è stato il fuggi fuggi per cercare di recuperare qualche minuto per la colazione (è vero, è giorno di digiuno, ma la colazione con te e pane tostato è ammessa come unico pasto del giorno). Io poi ho dovuto trasferirmi di nuovo al dormitorio per una (giusta) penitenza di 5 notti.
Dicevo: è la prima volta che vedo Calcutta sotto l’acqua. Sembra ancora più sporca per via del paciugo scivoloso, un misto di fango e polvere nera che si addensa sull’asfalto. L’umidità è al 98% e la sensazione dei vestiti che si appiccicano addosso è davvero peculiare (per essere molto british). In autobus mi si appannavano gli occhiali.
Siccome vedo tutti contenti “perché ha rinfrescato”, non voglio neppure immaginare cosa significhi il caldo vero da Aprile in avanti.
Ieri avevo tentato inutilmente di dargli da mangiare. Al sesto cucchiaio di riso mi aveva allontanato la mano con un gesto deciso, perentorio. Un “Basta” senza appello. Lo avevo lasciato mentre, svogliato, tentava di mandare giù un po’ di latte con il riso soffiato. Questa mattina è entrato in coma. Il sacerdote gli ha dato la benedizione attingendo l’acqua da uno dei bicchieri di metallo che i pazienti usano per bere. Abbiamo accompagnato la sua agonia pregando per lui in lingue diverse ma con una concentrazione profonda, riscaldandogli le mani con le nostre come per opporci all’avanzare del freddo, per mostrargli che uno dei più poveri fra i poveri non era più solo e che il Signore lo stava accogliendo nella gioia pura alla sua presenza e nella pace senza fine alla sua destra. Quando ho lasciato Kalighat ero sereno, in pace.
Come trascorrere un sabato pomeriggio? Facile rispondere: in un centro commerciale. In ossequio ai costumi occidentali mi hanno portato a visitare il Forum, un centro commerciale di 5 piani, a circa 10 minuti dalla metro di Rabindra Sadan. Sembra di entrare in una piccola Rinascente: all’entrata atmosfera patinata e profumata passando da Dior a Chanel; poi salendo caramelle e cioccolato, vestiario, Nike, Samsonite, orologi Rado, Levi’s e altro fino al quinto piano con le sale cinematografiche, ristorante, panini, bevande, gelati, … via dall’India caotica in un mondo artificiale per indiani ricchi a caccia di regali per San Valentino e turisti inutilmente curiosi. Prezzi elevati, cibo caro e scadente, nulla che valga la pena di ricordare.
Una gita da evitare a meno che non faccia così caldo (oggi c’erano “solo” 31°C) da rendere indispensabile un’ora di refrigerio.
Non raramente qualcuno domanda se davvero muoiono i più poveri fra i poveri che sono ricoverati alla Casa dei Moribondi. È una domanda sincera, non necessariamente maliziosa, che ci si può porre osservando con superficialità all’immagine di cinquanta e più persone, sdraiate o sedute sulle solo brande disposte in tre file. Ci si aspetterebbe di vedere tutte persone in bilico fra la vita e la morte e invece la maggior parte di loro tutto sommato sembra stare bene. Insomma, altro che moribondi!
I più poveri fra i poveri vengono raccolti nelle strade e nelle stazioni, abbandonati da tutti. A Kalighat vengono lavati, rasati, vestiti, riscaldati, nutriti, medicati. Erano “morti” per la società e viene ridata loro una dignità.
La morte, quella fisica, è sempre presente. Basta poco. Questa mattina un paziente è spirato dopo aver finito il suo bicchiere di chai. Così, in silenzio. Dopo averlo adagiato nella barella di alluminio e averlo avvolto nel telo, durante il breve tragitto verso la camera mortuaria mi sono domandato chi fosse, quale fosse la sua storia. Non lo so. Un signor Nessuno che domani verrà accompagnato al crematorio comunale per tornare cenere. Dopo pochi minuti la sua branda era già occupata da un altro paziente. Il vuoto fisico era già scomparso cancellando ogni traccia dell’esistenza di un uomo.
“Beati voi, che siete poveri, perché vostro è il regno di Dio”.