lunedì 11 febbraio 2008

10 Febbraio – Nirmal Hriday (quinto giorno)

Questa mattina non avevo nessuna voglia di andare a Kalighat, ma poi abbiamo fatto giornata piena uscendo alle 7 di sera, con un'ora di intervallo.
Il senso di morte si è dissolto non appena sono entrato. Mi sono messo a chiacchierare con un ex-sommergibilista che era giù di corda. Mi ha raccontato un po' della sua vita, del bruciore alla lingua che gli impedisce di mangiare il cibo piccante, di come si deve comportare un uomo (obbedienza e cortesia sono le regole base). Poi mi ha fatto ridere con una storiella che posso divulgare con il suo permesso.

Nella giornata di un uomo ci sono tre momenti. Al mattino c'è la regola delle tre “S”: Shit, Shave e Shampoo. Poi, a seguire, quella delle tre “W”: Work, Worry (perché sul lavoro ci si incazza sempre) e Wellness (quando è finito). Infine, è il momento delle tre “F”: “Find a woman, Fuck and Forget”.
Poi via al giro del mattino con una bella pulizia di una ferita necrotica.

Alle 10, la Messa che ho seguito da lontano fino al momento della Consacrazione. Una situazione particolare, un'atmosfera unica di una assemblea unita nella celebrazione della Quaresima.

Il pomeriggio è iniziato sfogliando e commentando i disegni di un ragazzo sordomuto, che è guarito dalle ferite riportate dopo essere stato investito da un camion e che continua a stare qui non sapendo dove andare. Disegni davvero bellissimi, per la passione che esprimono, l'attenzione ai particolari. Vedo se riesco a fotografarne qualcuno.

Si è finito con l'arrivo di un paziente con una ustione infetta sul 40% della gamba sinistra e il 20% della destra. La pulizia ha richiesto più di due ore ma ciò che bisogna dire è che quest'uomo, intontito solo da un Toradol, non ha mai emesso un solo grido. Appena finita la medicazione si è messo a mangiare. Speriamo e preghiamo che ce la faccia!


Quando si lascia Nirmal Hriday, non si può evitare di commuoversi pensando con rispetto e incredula ammirazione a questi eroi del dolore e, diciamolo, del vivere.

9 Febbraio – Nirmal Hriday (quarto giorno)

Già nei giorni scorsi c'erano stati alcuni decessi. Oggi quattro, fra cui una donna di 66 anni che ieri stava bene e oggi è andata in edema polmonare. Gli ho prescritto 20 mg di furosemide. Verso mezzogiorno mi hanno comunicato che era spirata. Virginia, una spagnola dal sorriso sempre pronto, l'ha avvolta nel telo bianco cenere e l'ha portata in obitorio. Poi è scoppiata a piangere nel lavatoio deserto. Pochi minuti, si è ricomposta ed è tornata in reparto, fra le “sue” donne , cercando di sorridere. Sebbene ci si trovi nella Casa dei Moribondi, vivere in diretta la morte è straziante e ti coglie un senso di colpa di non aver fatto abbastanza e meglio.

Sono riuscito a tornare dentro a fatica, per il peso di questa morte.

Nel pomeriggio ho dormito, non tanto per stanchezza quanto per non volermi alzare.

Domani giornata piena tutta a Nirmal. Vedremo.

8 Febbraio - Dadu

E poi Dadu. E' un vecchietto di 30 kg, con un femore fratturato e tante piaghe da decubito. Faccia tonda, orecchie grandi e naso a patata, le labbra, coprendo le gengive edentule, disegnano un sorriso. Sopra tutto gli occhi, piccoli, di una grande luce che esprimono la sua tenace voglia di vivere.

L'altro giorno mi sono avvicinato a lui e mi ha stretto forte la mano sinistra. Poi ha adagiato il capo sull'altra e mi ha sorriso. I nostri sguardi si sono incrociati e ci siamo piaciuti per una empatia straordinaria e affascinante. Oggi gli ho fatto male, a babù Dadu. Gli ho tolto un'escara sulla schiena, cercando di metterci tutta la mia buona volontà. Sedato solo da un Valium ha gridato il suo dolore. Quando sono tornato da lui, finita la medicazione, non mi ha guardato. Era arrabbiato e aveva solo ragione di esserlo. Teresa gli ha dato da mangiare con una siringa un passato di riso, patate e banana mentre gli tenevo le mani e gli davo da bere. Ha mangiato tutto e poi si è appisolato. Dadu sei grande!

A un certo punto nella preghiera dell'apostolato c'è il ringraziamento per il privilegio che ci viene concesso per essere qui. E' vero. Stiamo vivendo un autentico privilegio.

8 Febbraio – Nirmal Hriday (terzo giorno)

La domanda che ci arriva dall'Italia è: “Che cosa fate?”

E' davvero tanto poco ciò che si fa di fronte al dolore e alla sofferenza che il pudore suggerisce il silenzio, per evitare che le parola finiscano in vanagloria.

Cercherò di raccontare ciò che ho avuto modo di fare oggi.

I polmoni del ragazzo che ha avuto la polmonite sono notevolmente migliorati. Tuttavia sarebbe bene poter avere il conforto di una lastra anche per escludere una TBC. La signora in insufficienza respiratoria ha risposto bene al Lasix e oggi è seduta. La lastra evidenzia una sospetta polmonite per cui inizierà il trattamento antibiotico. La vecchietta con il versamento sieroso all'occhio destro è caduta e si è procurata un trauma cranico. Una gentilissima infermiera tedesca la pulisce e la medica. Una buona notizia: il ragazzo con i piedi mezzo amputato dal treno è stato accettato dall'ospedale per il trapianto di cute. Brava Teresa che con quattro mesi di cure gli ha evitato l'amputazione; potrà camminare con le protesi.

Chissà se la donna con la cheratite ha avuto l'antibiotico? Ne parlo con la Sister e le consegno una scatola di levofloxacina che mi ero portato dall'Italia. Un paziente ha 39°. Probabile polmonite con versamento pleurico:via con l'antibiotico a dose piena.

Un nuovo paziente con ferita al piede destro, amputazione dell'alluce e ferita colonizzata dalle larve. Pulito e medicato, il signore non emette un lamento. Teresa si attiva per prenotare l'intervento di amputazione.

Sopra ogni gesto, mi pare di aver capito che ciò che più importa è, come diceva ieri Fratello Raju, essere contenti e trasmettere un attimo di distrazione, di accarezzare, di ascoltare le lamentele in hindi, di sorridere.

7 Febbraio – Howrah Bridge

Nel pomeriggio visita al ponte a campata unica che congiunge le due rive del Hooglhy River. Orgoglio dell'ingegno locale, - così come proclama un cartello all'ingresso -, dicono che venga attraversato ogni giorni da un milione di persone. Ci credo. Il ponte letteralmente sussulta e intorno vi sono migliaia e migliaia di persone che trasportano ogni cosa: latte di olio, sacchi di riso e farina, balle di tessuto e ogni altra merce che si può immaginare. Eppoi centinaia di autobus, taxi, tuk tuk, biciclette, camion: il caos assoluto da cui bisogna fuggire il più in fretta possibile compatibilmente con la difficoltà di avanzare.

Unica oasi di (relativa) quiete il mercato dei fiori, sul lato sinistro del ponte.

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7 Febbraio – Indian Railways


L'esperienza del treno è stata traumatizzante. Durante il briefing alla Casa Madre ci era stato detto di stare attenti. Ma bisogna provare.

Il viaggio di andata a Titagarh è stato normale. Seduto, ho ballato un po' ma niente di speciale tranne che ci sono carrozze separate per i maschi e per le femmine, per cui ho viaggiato senza la mia consorte.

Al ritorno sono salito su una carrozza già piena. Come raccomandato mi sono allontanato dalle porte, sempre aperte, per evitare di cadere. Alle stazioni successive c'è stato un vero e proprio arrembaggio da parte della moltitudine di persone che salgono. Si viene schiacciati, incapaci di muovere le braccia. Si dovrebbe dire: eravamo schiacciati come le sardine. E' improprio perché non c'era l'olio. In prossimità della stazione di Dum Dum dove dovevo scendere per prendere la metro ho tentato invano di farmi avanti. Sono stato rigettato da quelli che salivano, urlando e spingendo, e mi è stato possibile scendere solo alla stazione successivo facendomi largo a colpi di gomito.

Impossibile da descrivere. Forse meglio evitare.

7 Febbraio – Lebbrosario Gandhiji Prem Nivas (Titagarh)


Partenza dalla Casa Madre alle 7:30 in autobus fino alla stazione ferroviaria di Sealdah, a nord di Kolkata. Poi 40 minuti di treno per arrivare a Titagarh, dove a pochi passi dalla stazione si trova il lebbrosario fondato da Madre Teresa nel 1958. Oggi è gestito da cinque Fratelli Missionari della Carità. Brother Rajn, 41 anni e da cinque al lebbrosario, ci accoglie e ci guida alla visita del centro, situato ai due lati dei binari della ferrovia.
La missione del centro non è solo di curare la lebbra nei 4 reparti maschili e nei 2 femminili ma è quella di dare un lavoro compatibile con le menomazioni irreversibili della malattia. C'è un ambulatorio per la riabilitazione, uno per la cura dei malati esterni e aree di lavoro dove decine di lebbrosi tessono, - qui viene prodotta la tela bianca con le tre strisce azzurre della tonaca delle Sister -, e fabbricano le calzature con suole di gomma naturale che proteggono le piante dei piedi rese insensibili dalle piaghe rimarginate. Ci sono poi i campi di frutta, montoni, pesci, maiali, galline che provvedono al cibo della comunità o che vengono venduti.
Oggi la priorità è quella di trattare il più precocemente possibile la malattia. Quindi sono necessarie informazione e diagnosi precoci. In questo modo si evitano le menomazioni e si permette agli ex-lebbrosi di costruirsi una famiglia e di essere accettati dalla società.
All'inizio è stato imbarazzante visitare i reparti. Mi domandavo se non fosse una visita allo zoo. Fratello Rajn ci aveva detto che i lebbrosi sono ostili e ne hanno ragione visto il destino che ha loro riservato la vita. Poi ho incominciato a rispondere ai saluti, congiungendo le mani sulla fronte. “Namaste”, “Namaskar”, un semplice ciao cercando di non dimenticare nessuno. Ecco “non dimenticare” che esistono i lebbrosi, “cancellare” la comoda quanto superficiale idea che per la lebbra bastino i farmaci, “comprendere” quanto sia dura la loro esistenza, “alleviare” i loro risentimento dando un posto nella società e “pregare” per lenire questa sofferenza che non si vuole vedere.
E per finire la scuola: una classe si una ventina di bimbi dai 4 ai 10 anni che ci hanno accolto cantando Fra Martino campanaro. I loro candore, la luce dei loro sguardi, il timore dei loro volti nel vedere noi stranieri e la gioia dei loro sorrisi sono emersi con vigore incredibile travolgendo l'amarezza delle traversie della vita. Dio li benedica!

Fratello Rajn è qui da cinque anni. Mi ha detto che deve essere contento ogni giorno per affrontare con semplicità i problemi quotidiani. “Solo chi è semplice è efficace e può essere di aiuto”. Non è facile sfuggire all'agguato dello sconforto. Occorre rinnovare sempre la propria scelta di fede, di non essere soli e di essere strumenti.
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mercoledì 6 febbraio 2008

6 Febbraio 2008 - Nirmal Hriday (2° giorno)

Via alle 5 e mezza come ieri. Messa e colazione con chai, banana e pane insieme a due chiacchiere di aggiornamento con i connazionali.
C'è sciopero generale e AJC Bose Road è stranamente silenziosa. pochi autobus, qualche taxi, quasi niente clacson.
Come raggiungere Kalighat? Semplice, siamo saliti in 25 e più su un'ambulanza che giornalmente trasporta le novizie e le Sister. Non c'era spazio per riprendere la scena, ma si può immaginare.

Alla Casa del Moribondo pulizia generale del reparto maschile: grande caos. Da una parte chi puliva pavimenti, brande e muri con prodotti chimici apparentemente non innocui. Tutti gli altri ammassati nella sezione femminile. Comunque il lavoro giornaliero (pulizia, colazione, medicazioni, visite, lavaggi, ...) è stato svolto regolarmente.

C'era molta gente. La competizione per raccogliere i piatti in metallo era serrata. Spesso ci si trovava con niente da fare, con la sensazione di essere inutili. Ma non era così, bastava incrociare gli sguardi degli ammalati, sorridergli, stringere le loro mani e accarezzarli. Bastava questo poco per poter godere del privilegio di essere lì.

A mezzogiorno era tutto a posto e i 108 ospiti della Casa avevano finito di pranzare.

Siamo ritornati in albergo con la metro (che fortunatamente era in servizio) e riposo, riposo in un silenzio inusuale. Non è Kolkata!

5 Febbraio - Nirmal Hriday

Sveglia alle cinque e fuori dall'albergo mezzora dopo. Subito identificati dai taxisti appostati: “Mother House?” Ci rifiutiamo di riconoscere la nostra parte di business e via, a passo spedito, percorriamo strade ancora vuote, con gente addormentata sui marciapiedi. Comunque già qualcuno ha acceso il fuoco per preparare da mangiare o si appresta a farlo frantumando il carbone.

La messa inizia alle 6:00 puntuali. Arriviamo appena in tempo. Due terzi del salone è occupato dalle Sister e dalle novizie con Sister Nimala vicino ad una statua di Madre Teresa seduta in preghiera.
L'atmosfera è emotivamente intensa e coinvolgente.

Poi tutti a fare colazione insieme: chai (the e latte condensato), banana e pane. Gente che ride, che s'incontra: un simpatico, composto casino. Nel capannello degli italiani arriva una ragazza di Roma. “Sono sei anni che vengo qui. Adesso e per solo 5 giorni. Perché lo faccio? Mi piace, mi realizza, è meraviglioso”.

Per due ragazzi orientali, forse giapponesi, è l'ultimo giorno e questo prevede una cerimonia di saluto. Tutti intorno a battere ritmicamente cantando una canzone che dice: ti ringrazio con il cuore e mi mancherai. La ragazza scioglie le lacrime mentre il maschio fa la sua parte di duro sorridendo. Grande applauso finale.

Dopo la preghiera dell'apostolato di ringraziamento per il privilegio che ci viene offerto, si apre la serranda e ci troviamo in Bose Road. I gruppi si dividono a seconda della destinazione. Noi andiamo a prendere l'autobus 204 che ci porterà a Kalighat.


Eccoci a Nirmal Hriday, la Casa del Moribondo, situata proprio dietro il tempio alla dea Kalì e nel bel mezzo del quartiere di Kalighat. Giusto per dare un'idea, entrando subito a sinistra c'è la sala uomini, con una cinquantina di brande. Appena sulla destra si trova il centro operativo con la scrivania che fu di Madre Teresa. Poco più avanti si apre la sala a L rovesciata delle donne , con una sessantina di letti. Tutti letti sono occupati. Nella parte restante del piano terra si trovano il grande lavatoio e lo sgabuzzino dei medicinali e degli strumenti. Tutto l'ambiente è pulito, compatibilmente con il fatto di essere in India e in una Casa del Moribondo.


Che cosa si fa? Colazione, lavaggio delle stoviglie, lavaggio dei panni, pulizia degli ammalati, medicazioni e frizioni con creme occupano la prima parte della mattinata. Verso le 10 e mezza c'è una colazione per i volontari sulla terrazza al secondo piano con the, riso, pesce, pane, banane e gallette: un vero lusso! Poi via per distribuire il pasto e imboccare chi non è autonomo. Per finire lavaggio delle stoviglie. Verso la mezza o l'una liberi tutti.

Teresa è di Padova ed è un'infermiera in pensione. E' a Nirmal Hriday da 12 (dodici) anni e coordina tutta l'attività della sala uomini. Come è successo? Lo racconta lei stessa con semplice e invidiabile orgoglio. Un mese dopo essere andata in pensione si è regalata un viaggio di 20 giorni. Al quarto è arrivata a Kolkata, ha conosciuto Madre Teresa, ha salutato i compagni di viaggio e si è fermata qui. Da quel giorno torna a Padova a luglio, per fare le ferie.

Carlos è un castigliano che ho conosciuto durante il break di mezza mattina. Ha iniziato a venire qui 20 anni fa. Alla mia solita domanda sul perché continui a tornare risponde: “E' meraviglioso”.

5 Febbraio 2008 – Tardo pomeriggio

Per coerenza, nel pomeriggio abbiamo visitato il South Park Street Cemetery, che richiama il passato coloniale di Kolkata con i sepolcri dei più o meno celebri colonizzatori britannici. Qui riposa anche Elizabeth Jane Barwell famosa per essere stata la fanciulla più corteggiata della città. Ahimé mori appena due anni dopo essere convolata a nozze.

Per tirarci su il morale, gran finale di giornata al Flury, pasticceria di Park Street, dove abbiamo gustato la loro miscela di the e un croissant, davvero delizioso.

New Market

Ecco una delle aree commerciali di Kolkataworld.



Vero che basta un minuto per farsi un idea più che sufficiente?

martedì 5 febbraio 2008

4 Febbraio 2008 – Kalighat e Mother House


Kalighat è un tempio dedicato alla dea Kali, da cui deriverebbe l'attuale denominazione di Kolkata.

Vi regna sovrano tutto intorno il caos: gente che vende, mendicanti e fedeli si mescolano fra loro amalgamati dal suono dei clacson e dalle urla. Secondo la guida (sempre Lonely Planet) il costo della visita era di 100 rupie.

Accompagnati da un sacerdote (sedicente bramino) compiamo la nostra visita al tempio con:

  • visione della nera dea Kali con i suoi tre occhi giallo-rossi (passato, presente e futuro) e la lingua protesa all'esterno;

  • benedizione e apposizione del terzo occhio in mezzo alla fronte;

  • visita del ghat riempito di acqua del Gange (con foto);

  • preghiera degli sposi a Visnu con fiori, incenso e braccialetto giallo-rosso.

Il tutto per 1.000 rupie cadauno più mancia di 100 al sedicente bramino.

A parte l'inaffidabilità della guida, la visita è stata interessante e la cifra si dimenticherà presto.


A fianco del tempio si trova Nirmal Hriday, la Casa dei Moribondi fondata nel 1952 da Madre Teresa.

Insieme a Hon, giovine, alta, magra, occhialuta rappresentante della avanzante Cina che si era un po' persa e che abbiamo paternalmente raccolto, abbiamo volto i nostri passi verso AJC Bose Road, numero 54 dove si trova la Casa Madre delle Missionarie della Carità e dove ogni lunedì, mercoledì e venerdì alle 15:00 si registrano i volontari.

Alle due e mezza c'erano già un po' di persone. Facciamo gruppo con Elisa, veronese alla sua seconda esperienza, che ci anticipa che cosa succederà. “Perché sei tornata?”, le domando. Si emoziona, quasi le viene il groppo in gola. “E' bello”, riesce a rispondere.

Alla fine ci troviamo in più di cento persone, la maggior parte ragazzi cinesi, giapponesi, inglesi/irlandesi, francesi e spagnoli. Italiani solo noi tre. C'è un'aria sincera tutt'intorno. Rinfranca e rasserena vedere tanta gente decisa a spendersi per dedicare parte del loro tempo alla carità.

L'assegnazione ai diversi centri avviene, in linea di massima, per gruppi di nazionalità. Dopo un'ora e mezza, Sister Karina, pacioccosa messicana, ci domanda dove vogliamo andare. La risposta è preparata: dove c'è bisogno. Così siamo destinati a Nirmal Hriday. Riceviamo una tessera con una medaglietta della Madonna e un grazie per essere venuti.

Appuntamento domani mattina alle 6:00 per la messa.



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Una Domenica a Kolkata

La sveglia la danno alle cinque i corvi con i loro crocidii.

Obiettivo della mattina raggiungere la fantomatica chiesa cattolica di Sant'Agnese.

In realtà dopo un'ora di cammino la chiesa indicata ieri dalla guida Malina era Sant'Andrea, di confessione battista. Indicazione del locale: andate avanti sempre dritti. Ci appare una chiesa bianca e azzurra con tanto di statua della Madonna. Chiusa e per di più mormone!

Abbandonato l'obiettivo Sant'Agnese, la prima meta della giornata è stato il BBD (dove le B stanno per Binoy e Badai e la D per Dinesh, tre martiri per l'indipendenza). Quartiere tipicamente old british style senza particolari emozioni da ricordare, fatto salvo che ci siamo persi più volte prima di arrivarci.

Da bravi turisti abbiamo visitato la St. John's Church (imponente chiesa del 1787, come la definisce la guida Lonely Planet), siamo passati di fronte alla casa del Governatore (l'attuale è il nipote di Gandhi), allo stadio di cricket (Calcutta Cricket Ground), alla stazione delle corriere (spettacolo davvero interessante con tanto di manifestazione), a Fort William (insignificante visione dall'esterno perché è occupato dai militari) per arrivare all'Hooghly River e al ponte monoarcata, simbolo della ingegneria locale. Qui ci siamo persi.

Un taxi puzzolente e sporco guidato (?) da un autista senza denti e dalle gengive rosse ci ha raccolti sotto un cavalcavia e per 100 rupie ci ha portati vicino al parco Maidan, dove, finalmente seduti, abbiamo osservato giocare a cricket centinaia e centinaia di locali (solo uno sparuto gruppo ai margini del parco tentava di palleggiare).

In sintesi una giornata da guida turistica con l'avventura di perdersi.

Alcune annotazioni:

  • per allontanare i professionisti dell'elemosina, utile dire “No” con accento tedesco; uno di loro se ne è andato via subito mormorando fra i pochi denti “German”;

  • i turisti in generale e quelli italiani in particolare sono davvero pochi; in tutta la giornata abbiamo incontrato solo due connazionali;

Per finire la giornata la cena: dopo una attenta discussione con Emilio, cameriere del noto locale Blue Sky, nel tentativo di ordinare spaghetti di soia con verdura (quelli cinesi, insomma) ci siamo visti arrivare un bel piatto di spaghetti alla bolognese con aggiunta di salsa di agnello. Non male.


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sabato 2 febbraio 2008

2 Febbraio – Kolkata

Per il momento nessuna impressione, solo cronaca.

Ho letto che la città è cambiata dai tempi della Città della Gioia. Mi sembra vero. Ieri sera, nell'ora e mezzo necessaria per raggiungere Sudder Street (il centro), - con un traffico che riuscirebbe a mettere in difficoltà un napoletano -, ho visto tanti neon con la pubblicità di banche, immobiliari (“Ideal villas for your ideal life”; “Merril's Green Twin Towers”), Vodafone, centri commerciali (New Market, Pantaloon). Immagini di indiani occidentalizzati, ancora in contrasto con la gente che si incontra per strada ( come obiettivo di vita?).

Oggi giro turistico classico: tempio Birla Mandir, dedicato a Laxskmi Narayan, reicarnazione di Vishnu;Vittoria Memorial; Marble palace dove un ricco ha foderato la casa con i più svariati marmi e l'ha riempita di statue e quadri, incluso un Rubens e due enormi specchi belgi, fatti arrivare da tutto il mondo; St. Paul Cathedral, cattedrale anglicana; Kolkata panorama, dove in un'ora t'illustrano tutta la storia della città con ambientazioni e spettacolo multimediale.

La guida, Maline, ci ha detto che:

  • i diseredati sono tutti immigrati irregolari dal Bangladesh;

  • tutti gli abitanti di Kolkata hanno un cellulare;

  • ai giorni nostri chi andava a piedi ora prende l'autobus, chi usufruiva dell'autobus prende il taxi e chiamava il taxi si è preso un'auto propria; con l'avvento della nuova Nano tutti avranno una macchina!

Ci ha poi accompagnato (con celata resistenza?) alla Casa Madre dove abbiamo visitato la stanzetta (una brandina, un tavolo in legno grezzo, una scrivania in tre-quattro metri quadri) e il sepolcro in marmo di Madre Teresa.


1 Febbraio 2008 - New Delhi

La mia terza volta in India. Pensavo di essere un esperto e invece l'impatto è stato inaspettatamente forte. Una sensazione di estraneità e di rifiuto. E quando in albergo ho trovato un letto senza lenzuola, beh, mi sono scompensato. Ho dormito male e al mattino la prima immagine dalla finestra è stata di uno spazzino che raccoglieva l'immondizia aiutandosi con due assi di legno ho avuto un moto di disgusto.

E' vero che i ricordi tendono a essere piacevoli mentre la realtà è certamente più equilibrata.

Dopo un the nero forte (come si legge nei romanzi), abbiamo fatto un giro al Meena Bazaar, intorno alla moschea Jama Masjid, che avevamo già visitato nel 2006.

Dopo qualche incertezza nel caos dei risciò, tuk tuk, taxi, carretti, autobus e tanta, tanta gente ho ripreso a camminare con una soddisfacente familiarità. E' così sono tornate le sensazioni giuste confermando che l'India ricompensa la tolleranza e la capacità di addattamento.